Ho fatto molti mestieri, e nessuno mi definisce. Da tutti però viene la stessa abitudine: davanti a una questione complicata non provo fastidio, ma attrazione. Ho sempre pensato che sotto la superficie confusa delle cose ci sia una logica, e che il lavoro consista nel trovarla. Quasi sempre l'ho trovata, e con essa i problemi che genera e spesso le soluzioni.
Il metodo è artigianale, e non l'ho imparato sui libri: smonto la questione nei suoi pezzi più piccoli, verifico quali reggono da soli e quali stanno in piedi per abitudine, poi rimonto e guardo che cosa resta. Non fa sconti alle idee a cui tengo di più: le prime a cadere sono quasi sempre le mie.
Le domande che mi tengono sveglio non sono tecniche: perché si soffre, che cosa renda piena una vita che si gioca una volta sola, che cosa dobbiamo a chi ci sta accanto, e se tutto questo abbia un senso.
Ho preso appunti a lungo; da qualche anno ho deciso di non tenerli più per me.
Che cosa ne è nato
La tetralogia L'Umanità Possibile — Materia che pensa
I primi tre dicono come si vive; il quarto li attraversa dall'alto e dice perché. Ogni volume si legge da sé, e nessuno è la premessa di un altro.
Scrivo a chi legge come a un interlocutore, mai come a un discepolo. Non ho verità da consegnare: ho ragionamenti da mettere sul tavolo, perché possano essere verificati e, se serve, smontati.